Caro Professore, caro Pino,

ci sono notizie che non vorremmo mai ricevere. Notizie che arrivano improvvise e sembrano per un istante impossibili da comprendere, perché la mente si rifiuta di accettare ciò che il cuore, invece, ha già intuito. La tua morte mi ha profondamente addolorato e lasciato sinceramente sgomento. E oggi, mentre provo a scrivere queste parole, mi accorgo di quanto sia difficile parlare di te al passato. Perché tu, Pino, per me non sei mai stato soltanto una persona cara, né soltanto il grande amico di mio padre Salvatore, che oggi è devastato dalla tua perdita. Sei stato molto di più.

Sei stato una presenza importante nella mia vita. Un punto fermo. Una voce autorevole e, insieme, affettuosa. Un uomo dal quale ho imparato tanto e che, nel mio cuore, ho sempre considerato un secondo papà. Mi attraversa la mente un turbinio di ricordi. Rivedo le estati, il mare, le giornate trascorse insieme e soprattutto quelle interminabili serate che sembravano non voler finire mai. Seduti a parlare fino a notte fonda, e poi ancora più a fondo, come se il tempo non avesse alcun diritto di interrompere i nostri discorsi. Parlavamo di filosofia e della vita, delle persone e dei loro misteri, dei sogni, della politica, della storia, delle nostre inquietudini e delle nostre speranze.

Con te una conversazione non era mai soltanto una conversazione. Era un viaggio. Un viaggio dentro le idee, dentro la storia, dentro l'animo umano. E tu avevi quella rara capacità di insegnare senza mai avere l'aria di volerlo fare. Bastava ascoltarti. Bastava stare accanto a te. Bastava lasciarsi coinvolgere dalla tua inesauribile curiosità, dalla tua intelligenza, dalla tua passione civile. Eri Professore, certamente. Ma, come amavi ricordare con orgoglio, eri soprattutto un Maestro di strada.

E forse è proprio qui che risiede la grandezza più autentica della tua vita. Perché non ti sei accontentato delle aule, dei libri, delle cattedre e dei luoghi dove la cultura è già attesa e riconosciuta. Tu hai scelto di andare dove la cultura spesso non arriva. Hai avuto il coraggio di scendere nelle periferie più difficili, nel substrato urbano di Napoli e della sua provincia, là dove vivono gli ultimi, i diseredati, coloro che la società troppo spesso dimentica. Sei andato da loro non per giudicarli, ma per ascoltarli. Non per insegnare dall'alto, ma per condividere conoscenza e dignità.

E in questo sei stato davvero un Maestro. Un Maestro tra la gente. Un Professore fuori dalle aule. Un uomo capace di cercare l'uomo anche là dove altri avevano smesso di cercarlo. Caivano, la tua terra, è stata una parte profonda della tua identità. Una città che amavi e che, talvolta, hai anche duramente contestato. Una città che hai studiato, raccontato, analizzato e alla quale hai dedicato pagine, pensieri e riflessioni.

Ne hai conosciuto le contraddizioni, le ferite, le trasformazioni e le responsabilità. E da storico e filosofo quale eri, hai cercato sempre di comprenderla prima ancora che di giudicarla. Anche nei tuoi studi sull'immigrazione emergeva questa tua straordinaria capacità: quella di unire il rigore dell'analisi storica alla sensibilità verso le persone. Dietro i fenomeni, dietro i numeri, dietro le vicende politiche e sociali, tu continuavi a vedere gli esseri umani. Ed è forse questo il tuo lascito più grande.

Non soltanto i libri. Non soltanto gli studi. Non soltanto le tesi, le lezioni, le riflessioni. Ma il tuo voler bene al prossimo. Quello resterà. Resteranno le tue parole, custodite nelle pagine che hai scritto. Resteranno le tue idee, anche quelle che hanno suscitato discussioni e contrasti. Resteranno i tuoi insegnamenti. Ma resteranno soprattutto le persone che hai incontrato e che, dopo averti conosciuto, sono diventate in qualche modo diverse.

Io sono una di quelle persone. E oggi sento ancora più forte il valore di quelle serate, di quelle discussioni, delle risate, delle polemiche, delle interminabili conversazioni e persino dei silenzi. Allora forse non sapevo che stavo vivendo momenti destinati a diventare memoria.

Oggi lo so. E la memoria, in giornate come questa, fa male. Fa male perché non possiamo più tornare indietro. Non possiamo più sederci accanto a te. Non possiamo più ascoltare la tua voce mentre, con quella tua inesauribile passione, prendevi un argomento e lo trasformavi in un mondo. Possiamo soltanto ricordarti. E forse ricordarti è il modo più autentico che abbiamo per tenerti ancora con noi. A Ivan e Antonella, figli dei quali eri profondamente orgoglioso, va il mio abbraccio più sincero e più commosso.

E a mio padre Salvatore, che oggi perde un amico fraterno, va il mio abbraccio ancora più forte: perché alcuni legami attraversano gli anni, le distanze e persino il tempo, e quando uno di quegli uomini se ne va lascia dietro di sé un silenzio che nessuno può colmare.

Caro Pino,

oggi Caivano perde un suo figlio. La cultura perde una voce. La scuola perde un Maestro. La strada perde un uomo che ha saputo percorrerla senza paura. E noi perdiamo una persona che ha saputo lasciare una traccia profonda nelle nostre vite. Ma forse uomini come te non muoiono davvero. Restano nei libri che hanno scritto, nelle idee che hanno seminato, nelle persone che hanno formato, nelle coscienze che hanno interrogato.

Restano nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di conoscerli. Restano nelle notti d'estate trascorse a parlare di vita e di uomini, quando il mare sembrava ascoltare e il tempo pareva essersi fermato. E restano, soprattutto, nel cuore. Nel mio cuore, Pino, avrai sempre un posto che nessuno potrà occupare.

Grazie per quello che sei stato. Grazie per quello che mi hai insegnato. Grazie per l'affetto che mi hai donato. Grazie per avermi permesso, almeno per un tratto della mia vita, di chiamarti Professore e, nel cuore, di considerarti un secondo papà.

Adesso riposa.

Riposa finalmente in quella pace che forse hai cercato per tutta la vita attraverso lo studio, la conoscenza, la ricerca dell'uomo e della verità. Pace alla tua grande anima, Professore. Che la terra ti sia lieve. E che il tempo, quando avrà asciugato le nostre lacrime, sappia restituirci il sorriso ogni volta che penseremo a te.

Ciao Pino.
Ciao Professore.
Ciao Maestro.

Con immenso affetto e con infinito dolore,
Tony Operato

CAIVANO - Nella giornata di ieri, martedì 29 Settembre, la Polizia di Stato ha tratto in arresto una 31enne e una 19enne, entrambe con precedenti di polizia, per detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. In particolare, gli agenti del Commissariato di Afragola, unitamente agli operatori della Squadra Cinofili e a personale dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, durante i servizi all’uopo predisposti, hanno controllato un’abitazione a Caivano, dove hanno sorpreso le due donne mentre stavano tentando di disfarsi della sostanza stupefacente all’interno del bagno. Nel corso dell’attività, gli operatori hanno rinvenuto 4 involucri di crack del peso di mezzo grammo, 120 involucri di cocaina del peso di 408 grammi, 770 euro, suddivisi in banconote di diverso taglio, due bilancini di precisione e diverso materiale per il confezionamento della sostanza stupefacente.

 

Nella serata di ieri, domenica 27 Settembre, la Polizia di Stato ha tratto in arresto un 32enne, con precedenti di polizia, per detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e resistenza a Pubblico Ufficiale. In particolare, gli agenti del Commissariato di Afragola, durante il servizio di controllo del territorio, nel transitare in via Don Luigi Sturzo a Caivano, hanno notato il prevenuto che, in cambio di una banconota, ha ceduto qualcosa ad una persona che si è allontanata frettolosamente.

I poliziotti, prontamente intervenuti per interrompere l’iter criminoso, hanno raggiunto e bloccato non senza difficoltà il 32enne, trovandolo in possesso di un grammo circa di hashish, di 11 dosi contenenti 4 grammi circa di crack e di 740 euro, suddivisi in banconote di diverso taglio. Per tali motivi, l’indagato è stato tratto in arresto dal personale operante. Dovrà rispondere del suo comportamento davanti al Tribunale di Napoli Nord.

Salve,

con la presente vorrei segnalare una situazione di possibile pericolo presso l’ex campo comunale Faraone, al confine tra Caivano e Crispano. All’interno dell’area comunale è presente una pianta di fico che sporge direttamente nell’area dell’abitazione sita in via Benedetto Croce n. 25 a Crispano, interessando in particolare il cortile di passaggio dell’abitazione. Oltre alla caduta di foglie e fichi, si sta verificando anche la caduta di massi e pietre dal muro confinante, il quale presenta inoltre un evidente rigonfiamento, facendo temere un possibile cedimento. Considerato che il cortile interessato è un passaggio utilizzato dalle persone, si teme che la situazione possa rappresentare un pericolo per l’incolumità di chi vi transita.
Chiedo, pertanto, che venga effettuato quanto prima un sopralluogo da parte degli uffici competenti, al fine di verificare le condizioni della pianta, del muro e dell’area circostante e di adottare, se necessario, gli opportuni interventi di messa in sicurezza. La segnalazione viene effettuata in via preventiva, proprio con l’obiettivo di evitare che la situazione possa degenerare e provocare danni a persone o cose.

Lettera Firmata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di FRANCA FALCO

Napoli, medaglia d’oro al valore militare, fu la prima città europea ad insorgere e cacciare i tedeschi, e, nelle quattro giornate, dal 28 Settembre al 1° Ottobre 1943, in assenza di un’organizzazione politica e militare, uomini, donne, giovani, giovanissimi (i famosi scugnizzi, ndr) scrissero una delle pagine più belle della storia della città, che si era liberata da sola: non aveva voluto aspettare l’arrivo delle truppe anglo-americane, sbarcate a Salerno il 9 settembre ed ancorate al largo di Castellamare di Stabia.

In un momento storico di revisionismo, in cui il presente tende a diventare l’unico orizzonte e l’unica dimensione della realtà, è bene riportare alla memoria quell’eroica lotta del popolo napoletano: un popolo, stremato dai bombardamenti, dalle distruzioni, dalla fame e terrorizzato dal rastrellamento di tutti gli uomini delle classi dal 1910 al 1925 ordinato dal colonello tedesco Scholl, comandante assoluto della città di Napoli, seppe tener testa e sconfiggere il piano di costui, secondo il quale si doveva fare, della città “terra bruciata”.

Non ci fu un ordine preciso, si costruirono barricate, si lottò in ogni angolo e in tutta Napoli, da Fuorigrotta a Piazza Nazionale, da Chiaia a Soccavo, da San Ferdinando al Vomero, da via Foria a Piazza Carlo III, a Capodimonte vibrò l’insurrezione. Il 1° Ottobre la città era libera: si era liberata da sola! Il film “Le quattro giornate di Napoli” (1962) di Nanny Loy, che rivedo sempre con piacere per l’impianto artistico, il pathos ed anche la colonna sonora, rende tutta la portata epica dell’eroica rivolta.

Nata nel 1941, non ho memoria diretta dell’evento del 1943, di cui però, sin dalla fanciullezza, ho raccolto informazioni precise dai miei familiari. A quell’epoca la colonna militare tedesca, in fuga da Napoli verso il nord, doveva necessariamente transitare per il corso di Caivano, che si spopolò completamente; anche alcuni nostri parenti, ivi residenti, in quei giorni furono ospitati da noi in via Diaz, perché c’era il terrore dei rastrellamenti e delle deportazioni, che non mancarono nemmeno a Caivano.

Ho conosciuto personalmente una donna, Carolina, abitante all’incrocio tra via Diaz e via Libertini, che ebbe due figli, giovanissimi, deportati in Germania dopo un rastrellamento, cui ella assistette impotente. I due giovani non tornarono più e Carolina non dismise mai il lutto. Mia madre, inoltre, raccontava di essere stata testimone oculare dell’ingresso a Caivano di un’autoblindo militare, un veicolo di ricognizione statunitense; uno dei primissimi giorni di ottobre del 1943, infatti, all’alba, affacciandosi timidamente dal punto più alto del tetto del nostro palazzo di via Diaz, notò un veicolo militare, che procedeva a passo d’uomo da piazza Madonna delle Grazie di Cardito in direzione Caivano.

Da questo, all’incrocio tra via Diaz e via Izzo, via Amendola, via IV novembre, via Cavallotti, scendevano militari armati, che perlustravano meticolosamente tutta la zona. Arrivata in piazza Plebiscito, antistante la chiesa dei Cappuccini, l’autoblindo si arrestò; fu allora che una folla affamata, stremata, macilenta accorse plaudente; a costoro i militari americani sorridenti, offrirono caramelle, cioccolata e dolciumi vari.

Ricordo che zia Vincenza, sorella di mio padre, che abitava proprio lì ed aveva assistito a tutta la scena, diceva sempre di essersi vergognata di questa esplosione di gioia e degli applausi alle truppe americane, perché ci avevano a lungo bombardato. Ho ritenuto importante riportare, accanto a vicende storicamente accertate, testimonianze e ricordi personali di eventi di grande importanza, che non si trovano sui libri di storia, ma che si possono trasmettere da una generazione all’altra solo attraverso la “parola parlata”, quella famosa memoria orale, preziosa, perché destinata a scomparire con il tempo.

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