di FRANCA FALCO

Napoli, medaglia d’oro al valore militare, fu la prima città europea ad insorgere e cacciare i tedeschi, e, nelle quattro giornate, dal 28 Settembre al 1° Ottobre 1943, in assenza di un’organizzazione politica e militare, uomini, donne, giovani, giovanissimi (i famosi scugnizzi, ndr) scrissero una delle pagine più belle della storia della città, che si era liberata da sola: non aveva voluto aspettare l’arrivo delle truppe anglo-americane, sbarcate a Salerno il 9 settembre ed ancorate al largo di Castellamare di Stabia.

In un momento storico di revisionismo, in cui il presente tende a diventare l’unico orizzonte e l’unica dimensione della realtà, è bene riportare alla memoria quell’eroica lotta del popolo napoletano: un popolo, stremato dai bombardamenti, dalle distruzioni, dalla fame e terrorizzato dal rastrellamento di tutti gli uomini delle classi dal 1910 al 1925 ordinato dal colonello tedesco Scholl, comandante assoluto della città di Napoli, seppe tener testa e sconfiggere il piano di costui, secondo il quale si doveva fare, della città “terra bruciata”.

Non ci fu un ordine preciso, si costruirono barricate, si lottò in ogni angolo e in tutta Napoli, da Fuorigrotta a Piazza Nazionale, da Chiaia a Soccavo, da San Ferdinando al Vomero, da via Foria a Piazza Carlo III, a Capodimonte vibrò l’insurrezione. Il 1° Ottobre la città era libera: si era liberata da sola! Il film “Le quattro giornate di Napoli” (1962) di Nanny Loy, che rivedo sempre con piacere per l’impianto artistico, il pathos ed anche la colonna sonora, rende tutta la portata epica dell’eroica rivolta.

Nata nel 1941, non ho memoria diretta dell’evento del 1943, di cui però, sin dalla fanciullezza, ho raccolto informazioni precise dai miei familiari. A quell’epoca la colonna militare tedesca, in fuga da Napoli verso il nord, doveva necessariamente transitare per il corso di Caivano, che si spopolò completamente; anche alcuni nostri parenti, ivi residenti, in quei giorni furono ospitati da noi in via Diaz, perché c’era il terrore dei rastrellamenti e delle deportazioni, che non mancarono nemmeno a Caivano.

Ho conosciuto personalmente una donna, Carolina, abitante all’incrocio tra via Diaz e via Libertini, che ebbe due figli, giovanissimi, deportati in Germania dopo un rastrellamento, cui ella assistette impotente. I due giovani non tornarono più e Carolina non dismise mai il lutto. Mia madre, inoltre, raccontava di essere stata testimone oculare dell’ingresso a Caivano di un’autoblindo militare, un veicolo di ricognizione statunitense; uno dei primissimi giorni di ottobre del 1943, infatti, all’alba, affacciandosi timidamente dal punto più alto del tetto del nostro palazzo di via Diaz, notò un veicolo militare, che procedeva a passo d’uomo da piazza Madonna delle Grazie di Cardito in direzione Caivano.

Da questo, all’incrocio tra via Diaz e via Izzo, via Amendola, via IV novembre, via Cavallotti, scendevano militari armati, che perlustravano meticolosamente tutta la zona. Arrivata in piazza Plebiscito, antistante la chiesa dei Cappuccini, l’autoblindo si arrestò; fu allora che una folla affamata, stremata, macilenta accorse plaudente; a costoro i militari americani sorridenti, offrirono caramelle, cioccolata e dolciumi vari.

Ricordo che zia Vincenza, sorella di mio padre, che abitava proprio lì ed aveva assistito a tutta la scena, diceva sempre di essersi vergognata di questa esplosione di gioia e degli applausi alle truppe americane, perché ci avevano a lungo bombardato. Ho ritenuto importante riportare, accanto a vicende storicamente accertate, testimonianze e ricordi personali di eventi di grande importanza, che non si trovano sui libri di storia, ma che si possono trasmettere da una generazione all’altra solo attraverso la “parola parlata”, quella famosa memoria orale, preziosa, perché destinata a scomparire con il tempo.


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