di STEFANIA GALIERO
Il "fotografo delle emozioni umane" riceve il Leone d’Argento per la Cultura nello splendore di Palazzo Marchesale. Un dialogo intimo sulla scrittura, le radici e la riscoperta dell’umanità. Intervista a tu per tu.
Il Premio Caivano 2026 ha celebrato quest'anno grandi storie di riscatto, dignità e profonda valorizzazione del territorio. Nella splendida e suggestiva cornice di Palazzo Marchesale, il palcoscenico ha visto brillare un’eccellenza letteraria autoctona: lo scrittore Giuseppe Bianco, a cui è stato conferito il prestigioso Leone d’Argento per la Cultura. Definito da molti come un attento "fotografo" di emozioni e di istanti quotidiani, Bianco restituisce dignità alla semplicità delle storie ordinarie attraverso racconti sospesi tra luci e ombre. Più che un semplice autore, si definisce un sincero "raccontastorie", capace di imprimere sulla pagina i sentimenti della gente comune prima che sbiadiscano nel grigiore moderno. Lo abbiamo incontrato a margine della premiazione per una conversazione intima e profonda che attraversa la sua carriera, il legame viscerale con la sua terra e la sua personalissima visione dell'arte di raccontare.
Giuseppe, ha da pochissimo ricevuto il Leone d'Argento per la Cultura al Premio Caivano 2026 nella splendida cornice di Palazzo Marchesale. Che emozione si prova a essere premiati e riconosciuti come un'eccellenza proprio dalla propria terra?
Ho ricevuto diversi premi per i miei racconti in varie città d'Italia, da Roma a Palermo. Tuttavia, ricevere un premio nella mia città e poi un riconoscimento di tale importanza rappresenta un'emozione davvero speciale.
Questa edizione del premio ha celebrato grandi storie di riscatto e di valorizzazione del territorio. Secondo lei, in che modo la cultura e la scrittura possono fungere da volano per cambiare Caivano?
Se ci guardiamo attorno, non solo a Caivano ma più in generale, ci accorgiamo di aver perso l'umanità e l'armonia. O forse abbiamo perso prima l'armonia del vivere insieme, tra gli esseri umani e la natura, e di conseguenza anche l'umanità. Non so se la cultura possa rappresentare un riscatto o migliorare la situazione in questo particolare momento storico; sono però convinto che contribuisca a creare quell'armonia che oggi sembra mancare.
A chi ha dedicato questo Leone d'Argento sul palco e quale significato intimo ha per la sua carriera di scrittore?
Il primo pensiero, la prima dedica, va sicuramente ai miei genitori e a tutte le persone che non ci sono più. Più che un significato intimo, questo riconoscimento rappresenta un'iniezione di fiducia, una grande spinta ad andare avanti e a cercare di migliorarsi sempre.
Lei viene spesso definito un attento "fotografo" di emozioni e di moments storici del territorio. Quanto c'è della realtà caivanese, con le sue luci e le sue ombre, nelle atmosfere dei suoi libri?
Più che uno scrittore, mi ritengo un raccontastorie, perché non invento trame né scrivo romanzi. Cerco di fotografare con le parole momenti felici, oppure meno felici, della gente comune, forse per la paura che vadano perduti nel grigiore che ci opprime. Descrivo le persone, non i momenti storici, e poiché tutti i miei personaggi nascono dall'osservazione di persone reali, c'è molto di Caivano nelle mie storie, anche se non viene mai nominata esplicitamente.
In passato ha partecipato a iniziative come Libriamo per contrastare la dispersione scolastica. Dal suo punto di vista di autore, come si avvicinano i giovani alla lettura in una realtà complessa e come si può accendere in loro la passione per le storie?
Non ho partecipato a Libriamoci. Per contrastare la dispersione scolastica, insieme all'Associazione Culturale Editoriale Astra Editori abbiamo pubblicato Vite disperse, un libro del professor Salvatore Chianese. Una passione non si accende dall'esterno: quando esiste, è già insita nella persona e aspetta soltanto l'occasione per emergere. Certo, oggi siamo un po' distratti dai social e dagli smartphone, e rischiamo di perdere l'attimo.
D: Nelle sue opere, in particolare in "L'amore disonesto (e) l'arte di raccontare bugie", lei scava a fondo nei labirinti del cuore umano, tra passioni e segreti. C'è una "bugia" o un compromesso sociale che l'ha ispirata particolarmente nella stesura di questo lavoro?
La particolarità di questo libro sta nel fatto che è l'amore stesso a raccontare bugie. Partendo dal presupposto che non vi compaiono persone ossessionate dal sesso o costantemente alla ricerca di avventure, ma individui che erano soddisfatti della propria vita e che, pur non cercando nulla, si ritrovano improvvisamente coinvolti in un amore “clandestino”, forse con l'unica colpa di non essere riusciti a dire di no. In questa prospettiva, l'amore assume una dimensione disonesta: non perché i protagonisti desiderino ingannare, ma perché li conduce a tradire equilibri e certezze che fino a quel momento sembravano solidi.
Da "Il verso del tempo" e "Figli di uno schizzo" (che rievocava gli anni '80) fino alle sue pubblicazioni più recenti, come è cambiato il suo modo di catturare quella che lei definisce "una realtà sempre più fredda e scarica di umanità"?
Purtroppo non sono io a definire una realtà scarica di umanità: basta ascoltare un telegiornale o fare un giro sui social per rendersi conto che di umanità ne è rimasta ben poca. Non è cambiato il mio modo di scrivere; può sembrare diverso perché sono cambiate la società e le persone. In Figli di uno schizzo, attraverso questa piccola grande storia d'amore, di amicizia e di lavoro, raccontavo i ragazzi degli anni Ottanta e, attraverso loro, emergeva la realtà di quegli anni: un tempo in cui non esistevano telefonini e social network e in cui, per condividere un'emozione, bisognava incontrarsi, guardarsi negli occhi, abbracciarsi...
Il Leone d'Argento 2026 segna un punto fermo importantissimo. Questo riconoscimento rappresenta la chiusura di un cerchio o lo stimolo per mettersi subito al lavoro su un nuovo romanzo? Cosa dobbiamo aspettarci dal suo prossimo "diario emotivo"?
Segna sicuramente un punto fermo importantissimo, ma non è la chiusura di un cerchio: quello lo chiuderà la vita al novantesimo minuto. Rappresenta uno stimolo in più, nuova benzina per il motore. Scriverò ancora nuove cose, anche se non so ancora quali, perché non sono io a cercare le storie da raccontare: sono loro che trovano me.
Il percorso letterario e umano di Giuseppe Bianco si conferma una traiettoria poetica pura e necessaria. In un'epoca dominata dal trambusto digitale e dalla distanza virtuale, le sue pagine restano un presidio di autenticità, un'ancora fondamentale per non smarrire quell'armonia collettiva che trasforma le vicende della gente comune in letteratura universale.