di FRANCA FALCO

Il recente episodio di cronaca nera, l’omicidio di Martina Carbonaro, avvenuto ad una manciata di km da noi, ha suscitato in tutta l’Italia un’ondata di sdegno e di commozione senza precedenti ed è stato oggetto di dibattiti in talk show televisivi a tiratura nazionale, nonché di commenti allarmati di psicologi, sociologi, psichiatri, per la giovanissima età della vittima e del carnefice; in un’età che dovrebbe essere quella dei primi battiti di cuore, delle innocenti cotte adolescenziali, ci troviamo invece di fronte ad uno dei più cruenti femminicidi, termine orribile, ma ormai di moda. Tutti ci domandiamo: “come è potuto avvenire che un diciannovenne abbia compiuto un gesto così efferato senza che nella famiglia, nella scuola, nella cerchia di amici nessuno abbia colto qualche segnale di allarme?

Una prima risposta ce la fornisce lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet: “non dobbiamo stupirci perché è tutto coerente con ciò che siamo diventati”. Come siamo diventati? Da figlia, moglie, mamma, nonna, docente, preside, amministratrice ho trascorso tutta la mia vita a contatto con gli altri, soprattutto giovani ed ho assistito a cambiamenti epocali nella famiglia, nella società, nella scuola, nella politica. Da una famiglia patriarcale e da una comunità prevalentemente agricola, degli anni '40 e '50, contrassegnata da scarse risorse economiche, ma da una maggiore solidarietà e senso di appartenenza, grazie al boom economico degli anni '60, l’Italia si è trasformata in una potenza industriale, con un significativo miglioramento del tenore di vita per la maggior parte della popolazione, soprattutto nel Nord, e con la diffusione di nuovi stili di vita, di nuovi modelli di consumo e di moderni mezzi di comunicazione (internet e social media).

La trasformazione della società ha determinato anche un cambiamento nelle relazioni familiari e sociali. Oggi i genitori, eternamente “giovani”, vogliono essere “amici” dei loro figli, sono iper protettivi, li difendono a spada tratta contro tutto e tutti, ingenerando in loro una perenne fragilità, nonché la convinzione che tutto è dovuto e che il rifiuto ad ogni loro richiesta è inaccettabile. Anche la scuola è venuta meno ai suoi compiti: si mette in discussione l’esecuzione dei compiti a casa, si ingenera la convinzione che lo studio non deve richiedere impegno e sacrifici, ma deve essere facile e piacevole. D’altra parte l’insufficiente riconoscimento economico e la scarsa considerazione sociale in cui sono tenuti i docenti non alletta affatto i professionisti più motivati e competenti, indispensabili per la formazione di uomini e cittadini maturi e responsabili.

Mi fanno semplicemente ridere quei test di verifica delle competenze a scelta multipla, più simili a schedine del totocalcio che a verifiche scolastiche. Quali le conseguenze? Oggi la maggior parte degli alunni, anche della secondaria di secondo grado, non sa scrivere in maniera corretta sia ortograficamente che sintatticamente, non sa argomentare un testo, non prova emozione di fronte ad un canto di Dante o ad un lirica di Leopardi o Montale. E’ l’era dei progetti, è la società dell’immagine, dell’apparenza. Senza nulla togliere alle progettualità previste dai vari Pon e Pnrr, il “saper leggere, scrivere e far di conto” mantiene sempre un’indiscussa validità.

Mi si chiederà: “Cosa c’entra questo con il delitto di Afragola”? Mi piace concludere queste mie riflessioni con le parole del filosofo Massimo Cacciari a proposito dei femminicidi: “oggi occorrerebbe una buona politica che finanzi una buona scuola, che incentivi e promuova una buona cultura, buone letture e la conoscenza delle grandi trasformazioni antropologiche verificatesi nel corso della storia. L’educazione non serve ad insegnare questo o quel mestiere, ma ad attrezzare i giovani ad affrontare i salti d’epoca".

QUESTO DEVE FARE LA BUONA POLITICA


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